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Nel Giorno del Ricordo ci siamo raccolti davanti a questa lapide, posta dal Comune di Torino il 10 febbraio 2005, per onorare i caduti e i martiri delle foibe e per ricordare l’esodo giuliano-dalmata. Tra il 1943 e il 1945, nelle terre dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia, si consumò una stagione di violenze che affondava le radici nel drammatico intreccio tra guerra, totalitarismi, occupazioni, nazionalismi contrapposti e resa dei conti. In quel contesto, migliaia di persone furono uccise: molte vennero gettate nelle cavità carsiche che conosciamo come foibe; altre morirono nei campi di prigionia o a seguito di persecuzioni e deportazioni.
Dietro ai numeri ci sono volti, storie, famiglie. Padri che non fecero ritorno, madri rimaste sole, figli che attesero invano, fratelli separati per sempre. Un dolore che non ebbe neppure il tempo di risuonare nelle case, perché i sopravvissuti dovettero abbandonarle di lì a poco e per sempre.
La violenza delle foibe e degli eccidi non fu soltanto un fatto militare o politico: fu una lacerazione intima e profonda del tessuto umano e civile di intere comunità, che dovette abbandonare la propria terra, a causa di un odio, alimentato da anni di oppressione, guerra e propaganda, prese il sopravvento sulla dignità della persona diventando sanguinosa vendetta.
E insieme al ricordo di queste sofferenze è questo il senso il 10 febbraio, avere la consapevolezza di cosa accade quando l’odio si trasforma in vendetta e la vendetta annienta la dignità delle persone, o di interi popoli. E’ accaduto e accade ancora oggi in svariate parti del mondo, il “mai più” non basta. L’umanità, la forma di vita più evoluta esistente sulla terra sembra condannata a ripetere all’infinito gli stessi errori autodistruttivi.
La storia del confine orientale ci ricorda quanto il male possa generarsi quando i totalitarismi annullano l’individuo. In quel clima avvelenato, la logica della ritorsione e dell’appartenenza etnica prevalse sulla giustizia e sull’umanità. Oggi tutto ciò interpella ancora oggi la nostra coscienza civile.
Con il Trattato di Pace del 10 febbraio 1947 e con il ridisegno dei confini, centinaia di migliaia di italiani scelsero o furono costretti a lasciare le loro terre. L’esodo fu un ulteriore trauma: significò abbandonare non solo beni materiali, ma cimiteri, ricordi, memorie familiari. Significò ricominciare altrove, spesso tra difficoltà, chiusura, diffidenza e incomprensioni, con la dignità silenziosa di chi porta dentro di sé una ferita che non si rimargina. Molti di quegli esuli trovarono accoglienza anche a Torino. Qui ricostruirono la propria vita, contribuendo con il lavoro, la cultura e l’impegno civile alla crescita della città e del Paese. La loro presenza è parte della nostra storia comune. Il Parlamento italiano, con la legge 92 del 2004, ha istituito il Giorno del Ricordo affinché queste vicende non scivolino nell’oblio. Una Repubblica democratica ha il dovere di riconoscere tutte le sofferenze che hanno segnato il suo popolo, senza graduatorie del dolore, senza strumentalizzazioni, ma con rispetto e verità.
Questa lapide, voluta dal Consiglio comunale di Torino e inaugurata il 19 febbraio 2005, anche quando è stata oggetto di atti vandalici, è stata ripristinata. È il segno che la memoria comune e condivisa, certo una pagina della nostra storia che è stata a lungo trascurata e oscurata, ma la storia non si riscrive e la verità non si può cancellare. Ma questo rende ancora più necessario che mai che sia patrimonio comune degli italiani tutti e non solo di una parte, perché altrimenti qui morti e quegli esuli sarebbe traditi per la terza volta.
Oggi, nel raccoglimento, rivolgiamo un pensiero alle vittime delle foibe, agli scomparsi senza sepoltura, alle famiglie spezzate, agli esuli che hanno conosciuto lo sradicamento. E riaffermiamo con fermezza che nessuna ideologia, nessuna appartenenza, nessuna rivalsa può giustificare la negazione della dignità umana.


